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Midraridi
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I mwawMidraridi o mwbaBanū Midrār (mwbqin arabo ﺑﻨﻮ ﻣﺪﺭﺍﺭ‎mwbg?, o in berbero mwbwĀit Midrār) furono una dinastia mwcaberbera che governò mwcqSigilmassa fino alla sua caduta nel 976-7.

In merito all'origine della dinastia esistono varie tradizioni: una sostiene che, in una data della seconda metà dell'mwcwVIII secolo (forse il 757-8), un gruppo di 4.000 mwdakharigiti mwdqsufriti si sarebbe raccolto in quelle regioni maghrebine, a prudenziale distanza dal mwdgCaliffato mwdwabbaside e dall'mweaEmirato degli mweqOmayyadi di mwegal-Andalus (entrambi mwewsunniti), nei pressi del già esistente centro abitato di Sigilmassa, e prescelse come sua guida (mwfaimām) un uomo di colore,cite-ref-1[1] che si chiamava ʿĪsā ibn Mazyad, detto al-Aswad (Il nero), proveniente da mwgqMiknās.

Dopo 15 anni di regno, costui sarebbe stato ucciso nel 772 dai suoi sudditi che, evidentemente scontenti per il suo operato, lo impiccarono a un albero, scegliendo per sostituirlo il berbero Abū l-Qāsim Samghū ibn Wāsūl (che anni prima era stato il pioniere di quell'insediamento religioso), il quale sarebbe rimasto al potere per 13 anni, fino alla sua morte naturale nel 784 e al quale sarebbe succeduto il figlio Abū l-Wazīr al-Yās e, nel 790, l'altro suo figlio Abū l-Muntaṣir al-Yasaʿ. Sarebbe stato il figlio di questi, di nome Midrār ("L'elargitore di copiosa pioggia"),

«a gestire i traffici che si muovevano lungo la carovaniera diretta verso le ricche aree subsahariane, sì da garantire le fortune della città [di Sigilmassa] già abbellita per merito di suo padre con un muro di cinta dotato di dodici porte, una moschea-cattedrale (

masjid jāmiʿ

), nonché palazzi ed edifici pubblici che ospitarono una cosmopolita popolazione di Ebrei, Andalusi, Berberi, Arabi e Africani attirati dalla vivacità dei commerci e dalla concreta possibilità di lauti guadagni.»

(Claudio Lo Jacono, Storia del mondo islamico (VII-XVI secolo) I. Il Vicino Oriente, Torino, Einaudi, 2003, pp. 161-2.)

Una seconda tradizione attribuisce invece l'avvio della dinastia proprio ad Abū l-Qāsim Samghū (nipote di un ʿĪsā ibn Yazīd che avrebbe fondato nel 757 Sigilmassa) a un mwhgmusulmano mwhwandaluso sfuggito alla repressione scatenata dall'Emiro di mwiaCordova mwiqal-Hakam ibn Hisham dopo il fallimento dell'"insurrezione del mwigrabaḍ" (quartiere) della capitale omayyade dell'818, mentre un'ultima tradizione (riportata da mwiwal-Bakrī) indica come fondatore della dinastia un mwjafabbro di nome Midrār ibn ʿAbd Allāh, un mwjqmusulmano nero originario di mwjgCordova.

Affermatosi commercialmente come capolinea della "via dell'oro", lo Stato midraride preferì riconoscersi vassallo degli Omayyadi di al-Andalus piuttosto che destarne la cupidigia e vederselo come avversario in grado di distruggerlo facilmente e, per ottenere ciò, fu inevitabile che si mettesse la sordina al messaggio sufrita, decisamente eversivo agli occhi non solo dei sunniti.

Grazie alle loro capacità, i Midraridi riuscirono a sopravvivere anche all'impetuosa e irresistibile avanzata dei mwkqFatimidi mwkgismailiti, che li mantennero al loro posto, in veste di vassalli.

La dinastia crollò solo nel 976-7 quando Sigilmassa fu presa dal berbero Khazrūn b. Fulful b. Khazar al-Maghrāwī, alleato degli Omayyadi del mwlaCaliffato di Cordova, che guidava i berberi mwlqZanāta. Egli regnò sulle aree già midraridi, e così fece suo figlio Wānūdīn e suo nipote Masʿūd, fino alla conquista mwlgalmoravide del 1055.cite-ref-2[2]

Contents

Note

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Note

cite-note-11. È noto che, nel pensiero kharigita, colui che era incaricato del governo della comunità doveva distinguersi su tutti per eccellenza di fede e opere e che, a tal fine, non contava la sua provenienza etnica, il suo statuto personale e il colore della sua epidermide. "Anche uno schiavo nero" si diceva, poteva essere l'imām, dando modo di descrivere con un certo ottimismo questa teoria dell'imamato come "democratica", malgrado l'evidente intransigenza settaria che caratterizzava praticamente tutti i gruppi kharigiti, pronti a deporre (e a punire severamente, finanche con la morte) quel loro governante che avesse perduto la sua qualità di "migliore dei musulmani", anche solo per aver pregato in modo errato rispetto alle modalità rigidamente stabilite dalla mwoqmwogSharīʿa.
cite-note-22. C. Lo Jacono, mwpgop. cit., pp. 162-3.

Bibliografia

• mwqg(AR, FR) mwqwal-Bakrī, mwraKitāb al-Mughrib bi-dhikr bilād Ifrīqiya wa l-Maghrib / Description de l'Afrique septentrionale, edizione e trad. di mwrqWilliam Mac Guckin de Slane, 2ª ed., Algeri, 1911-13 (nuova ed. Parigi, 1913: mwrgonline); rist. Parigi, 1965; rist. Frankfurt am Main, 1993 (mwrwPublications of the Institute for the History of Arabic-Islamic Science. Islamic geography).
• mwsq(EN) E.W. Bovill, mwsgThe golden trade of the Moors - West African Kingdoms in the Fourteenth Century, Londra, Oxford University. Press, 1958.
• mwta(EN) Lemma «Midrarids» (mwtqCh. Pellat), su: mwtgThe mwtwEncyclopaedia of Islam, II edizione.
• mwuq(IT) mwugClaudio Lo Jacono, mwuwStoria del mondo islamico (VII-XVI secolo) I. mwvaIl Vicino Oriente, Torino, Einaudi, 2003. ISBN 88-06-16786-3